Gioachino Rossini (1792–1868)
L'Italiana in Algeri (1813)

Dramma giocoso in due atti

Musica di Gioachino Rossini
Libretto di Angelo Anelli

Direttore Gabriele Ferro
Regia  Maurizio Scaparro
Regista collaboratore Orlando Forioso
Scene Emanuele Luzzati
Costumi Santuzza Calì
Luci Bruno Ciulli
Assistente ai costumi Paola Tosti

Maestro al fortepiano Giuseppe Cinà

Orchestra e Coro del Teatro Massimo

Allestimento del Teatro Massimo

Mustafà Simone Alaimo
Elvira Maria Francesca Mazzara
Zulma Isabel De Paoli
Haly Giovanni Romeo
Lindoro Pietro Adaini
Isabella Marianna Pizzolato
Taddeo Vincenzo Taormina 

 

Teatro Massimo – Palermo, 26 novembre 2017

Il Teatro Massimo di Palermo ripropone oggi un suo allestimento del 2000 che si fa notare per la particolare eleganza e funzionalità delle scene di Emanuele Luzzati, scomparso nel 2007. Questa Italiana firmata da Scaparro e Luzzati, con i bei costumi di Santuzza Calì, individua nella “mediterraneità” – comune agli “italiani” e agli arabi” del libretto – l'idea guida attorno a cui si organizza la vicenda.

Ogni nuovo allestimento di Rossini funziona alla maniera di un test sul buon gusto di chi lo mette in scena : l'assunto di uno stile buffo ormai fuori dal tempo che, attraverso la parodia, si rende possibile ancora una volta smentendo allo stesso tempo qualunque pretesa di farsi prendere sul serio, obbliga le componenti musicali e registiche a un difficilissimo asse d'equilibrio tra serietà – nel senso dell'adesione agli stilemi del genere – e ironia. L'italiana in Algeri andata in scena al Teatro Massimo di Palermo – che riprende un allestimento di qualche anno fa, con scene di Emanuele Luzzati e costumi di Santuzza Calì – è complessivamente una prova ben superata : il cast vocale, il direttore Gabriele Ferro e il regista Maurizio Scaparro hanno costruito uno spettacolo in equilibrio su una problematica drammaturgia. Se tutto il Rossini buffo è un artefatto da maneggiare con cautela, lo è tanto più un'opera come L'italiana in Algeri, dove l'esilissima trama minaccia sempre di rivelarsi il puro pretesto per le invenzioni musicali di un genio appena ventunenne e non troppo sensibile ai pericolosi vuoti che si spalancano sotto vari numeri del libretto.

L'elemento di maggior attrattiva di questo allestimento sono le splendide scene del compianto Emanuele Luzzati : colonne coperte (cioè dipinte) di azulejos, un mare molto azzurro sullo sfondo, grate traforate alla moresca che fungono da quinte scorrevoli, una nave prima piccola all'orizzonte e poi sempre più grande man mano che arriva sotto costa danno vita a un'ambientazione convincente dove far svolgere la meno verosimile delle vicende. Il serraglio è colorato ed elegante, tutto giocato sui toni pastello ; i prigionieri italiani – per una storia dove l'amor patrio c'entra solo in modo forzato – sono invece vestiti senza colore ; gli italiani catturati dai pirati arrivano prima in abiti da viaggio, con tanto di valigie, e poi sono obbligati ad assumere i variopinti costumi locali. I personaggi funzionano abbastanza bene : Mustafà (Simone Alaimo), Elvira (Maria Francesca Mazzara), Zulma (Isabel De Paoli), Haly (Giovanni Romeo), Lindoro (Pietro Adaini), Isabella (Marianna Pizzolato) e Taddeo (Vincenzo Taormina) riescono ad attivare quella tensione indispensabile all'esplosione del “buffo”, ma troppo spesso vengono indotti da Maurizio Scaparro a una serie di mossette inutili. Bisognerebbe assolutamente proibire ai registi di far muovere i personaggi a tempo di musica : si doppia con il gesto qualcosa che non ha nessun bisogno di essere doppiato e si involgarisce la scena con gesticolazioni fastidiose. Isabella, per esempio, quando deve sedurre il Bey fa la “mossa” ancheggiando come una soubrette da avanspettacolo : un gesto volgare che, crediamo, farebbe scappare qualunque Bey a gambe levate. Altre volte Lindoro e Taddeo, accompagnando con una sorta di balletto latino-americano snodi delicatissimi dell'azione, rischiano di compromettere la tenuta drammaturgica attaccata all'esile filo della verosimiglianza. In questi casi, si potrebbe osservare, la trappola del “buffo” rossiniano – che non è mai crassa ilarità – ingoia i suoi interpreti.

In altri casi le cose funzionano. I difficili concertati di fine d'atto sono dei momenti d'insieme ben gestiti : Ferro ha polso fermo ed esperienza da vendere per guidare efficacemente l'orchestra e il cast in momenti così complicati. Meno convincenti, forse, l'ouverture – la parte lenta manca di tensione e l'Allegro di quella ironia corrosiva senza cui Rossini risulta come amputato – e gli accompagnamenti alle arie : i cantabili sono sempre troppo lenti, obbligando i cantanti a uno sforzo supplementare, e le cabalette corrono al punto da mettere in difficoltà gli interpreti che non riescono a pronunciare tutte le parole dei loro terribili scioglilingua. Forse a questi tempi mal calibrati si devono, fra l'altro, i momenti piuttosto numerosi di scollamento tra buca e palcoscenico.

Complessivamente all'altezza il cast, compresi i comprimari. Marianna Pizzolato (Isabella) ha personalità ed è precisa, senza tuttavia possedere i numeri di una vera prima donna. Ha un bel registro grave, mentre è a tratti in difficoltà con gli acuti e chiaramente affaticata verso la fine dell'opera. Pietro Adaini è un giovane tenore di grazia, molto preciso e fin troppo attento al metronomo. La voce deve ancora maturare e così la tecnica, da affinare specialmente nei cambi di registro ; è però espressivo e si districa bene nelle perigliose volatine che Rossini tende come insidie ai suoi interpreti. Mustafà è il veterano Simone Alaimo, abbastanza esperto da non andare fuori nei concertati anche a costo di cantare la metà delle note. La presenza scenica ovviamente c'è, ma a livello vocale viene fuori una cosa diversa da quella scritta da Rossini. Senz'altro il cantante di maggior caratura è Vincenzo Taormina, che ha dato vita a un ottimo Taddeo. Su Taddeo andrebbe fatto un discorso a parte, perché in realtà è il vero protagonista dell'opera : assicurando orizzontalmente i rapporti tra gli “italiani” e gli “arabi”, e verticalmente quelli tra chi detiene il potere (il Bey) e chi lo subisce (tutti gli altri e in modo particolare Isabella e lui stesso), Taddeo cuce i registri dell'opera e porta sulla spalle la responsabilità maggiore della sua tenuta. Taormina ha calcato la scena con autorevolezza e humour, prestando al suo personaggio esperienza e senso della misura.

Grande successo di pubblico, che negli anni recenti mostra di gradire sempre di più le scelte della direzione artistica orientata a valorizzare interpreti di provenienza palermitana, che così si esibiscono davanti al pubblico di casa particolarmente festoso.

Sara Zurletti
Sara Zurletti si è diplomata in violino e laureata a Roma in Lettere con tesi in Estetica. Ha poi conseguito un dottorato di ricerca all'Università Paris 8. Ha insegnato nella stessa università "Teoria dell'interpretazione musicale" e poi, dal 2004 al 2010, Estetica musicale all'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli e Pedagogia musicale all'Università di Salerno. Ha pubblicato "Il concetto di materiale musicale in Th. W. Adorno" (Il Mulino, 2006), "Le dodici note del diavolo. Ideologia, struttura e musica nel Doctor Faustus di Th. Mann" (Biblipolis 2011), "Amore luminoso, ridente morte. Il mito di Tristano nella Morte a Venezia di Th. Mann" (Castelvecchi), e il libro-intervista "Ars Nova. ventuno compositori italiani di oggi raccontano la musica" (Castelvecchi 2017). Attualmente insegna Storia della musica al Conservatorio "F. Cilea" di Reggio Calabria.

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