Johannes Brahms

Concerto per violino, violoncello e orchestra in la minore op.102 
I.Allegro ; II. Andante ; III. Vivace non troppo

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Pëtr Il'ič Čajkovskij

Sinfonia Manfred in quattro quadri in si minore op.58  
I.Lento lugubre – Moderato con moto – Andante – Andante con duolo ; II. Vivace con spirito ;
III. Andante con moto ; IV. Allegro con fuoco

Julia Fischer, violino
Daniel Müller-Schott, violoncello

Bayerisches Staatsorchester

Kirill Petrenko, Direttore

Elbphilharmonie Amburgo, Großer Saal, 24 marzo 2018

I complessi del Nationaltheater di Monaco di Baviera e il loro direttore Kirill Petrenko ci prendono gusto : dopo le recenti e trionfali tournee degli anni scorsi in Europa ed Asia, una rapida fuga a New York. Lungo il percorso, trionfo per la prima volta dell’Orchestra all’Elbphilharmonie di Amburgo, pubblico che si infiamma per una memorabile esecuzione del Doppio concerto di Brahms e del Manfred di Čajkovskij.

 

 

L’Elbphilharmonie, ad un anno dall’inaugurazione, è “IL” segno distintivo di Amburgo, la sala da concerto ospitata in un edificio la cui visita non può restar fuori da nessun giro turistico della città anseatica. Inaugurata ufficialmente nel gennaio del 2017 dopo dieci anni di lavori, polemiche comprese per via dei costi vertiginosamente lievitati oltre ogni previsione (chi di luogo comune ferisce…), il complesso nasce in un’area che per definizione esprime il carattere per la Città. Il porto, ospitato in un tratto riparato e navigabile dell’Elba a 100 km dal mare aperto, si affermò dalla fine dell’800 come principale della Germania (ormai solo più Rotterdam lo supera in Europa per i volumi transitati). Origine del benessere locale, lungo i propri canali vide sorgere i più grandi magazzini portuali al mondo verso il 1890.

La nave è pronta a salpare : l’Elbphilharmonie di staglia sull’Elba verso il mare aperto.

Idealmente inserito nel contesto, su una base che ospitava uno degli ultimi magazzini costruiti negli anni ‘60, poggia un maestoso complesso dalle mille finestre sagomate su 26 piani di altezza che ospita tra l’altro un albergo di lusso, un grande parcheggio interno, appartamenti privati, tre sale da concerto. Alle due principali sale si accede da uno spazio aperto al pubblico, il plaza, situato all’ottavo piano, che regala una vista privilegiata sul porto e sulla Città.

Ai piedi del Gigante

Elphi (il luogo ha già un soprannome, è stato amore a prima vista con la Città) vede in cartellone un programma composito con appuntamenti quotidiani e fa registrare puntualmente il tutto esaurito per quasi ogni spettacolo con mesi di anticipo, tanto è forte il desiderio di fare la conoscenza con questa meraviglia della musica. La sala che può ospitare sino a 2.100 spettatori, costruita secondo il modello del vigneto che rimanda alla Philharmonie berlinese, ancora profuma per il legno grezzo che la riveste, alternato a piastrelle di pietra sintetica opportunamente sagomate per migliorarne l’acustica.

È arrivato il momento per un prestigioso debutto, sulla via di una mini tournee che porta l’orchestra dell’Opera di Monaco di Baviera per due sere alla Carnegie Hall di New York.
Gli Akademiekonzert si tengono lunedì e martedì solitamente una volta al mese, quando il Nationaltheater si trasforma in sala da concerto. In questo marzo, mettono a punto un impegnativo banco di prova (Brahms e Čajkovskij declinati in titoli meno noti, spesso ai margini dei cosiddetti capolavori) cui dall’altra parte dell’oceano farà seguito un marchio di fabbrica eseguito in forma di concerto, il Rosenkavalier (per inciso, la messa in scena di quest’opera realizzata da Otto Schenk e Jürgen Rose nel mese di febbraio di quest’anno ha raggiunto l’età della pensione, 46 anni, esattamente come gli anni del direttore Petrenko che lo dirige per le ultime sere…spettacolo che non dimenticheremo).

Johannes Brahms scrisse il Doppio concerto per violino e violoncello op. 102 nel 1887, suggellando in questo modo la sua attività sinfonica. Al pari degli altri concerti che prevedono la presenza di un solista, anche in questo caso non si può prescindere dal tenere in conto la sapiente scrittura sinfonica del padrone di casa (Brahms nacque ad Amburgo nel 1833) e il peso di un’orchestra che non è mai un mero sottofondo ma è spina dorsale del pezzo e spesso emerge in primo piano.
Nel caso in questione, il titolo risulta problematico e di non facile equilibrio nella resa complessiva. La forma del doppio concerto rimanda a ben pochi esempi ottocenteschi di successo, meglio adattandosi al dialogo razionale tra strumenti tipico dell’età barocca che ai nervosismi romantici.
Il giudizio più sincero venne dall’amico Eduard Hanslick, che definì il lavoro « più scritto che ispirato », evidenziando come il brano appaia spesso più dettato dalla necessità contingente di Brahms di far pace con l’amico violinista Joachim che nato per reale necessità creativa. Forse è troppo severo, resta il fatto che in più momenti si corre il rischio di perdere il filo del discorso per compiacersi di questa o quella abilità dell’Autore o degli esecutori.

Il punto di forza della direzione di Kirill Petrenko, che ne guida una esecuzione magistrale, è il superamento della frammentarietà del brano con una lettura essenziale e rigorosa (ci siamo abituati, ormai…) che durante tutto il concerto richiama continuamente il carattere dolce richiesto da Brahms lungo tutta l’opera. I tre movimenti sono così sfaccettature distinte delle stesse emozioni, dolcezza mista a cantabilità in una ritrovata unità stilistica prima inedita.
In questo senso l’inizio del primo movimento è marcato, come scritto in partitura, ma non è esagerato e dopo la cadenza del violoncello l’attenzione si sposta sull’ingresso del clarinetto alla battuta 26, aereo sul morbido sfondo dei corni, che entra con l’eco di un dolce sogno e chiama flauti e oboi a sostenere il disegno. Preparato in questa maniera, l’ingresso del violino solista è talmente naturale che il più f della battuta 34 si inserisce senza la brutalità troppo spesso esibita di altre interpretazioni. Non è che un esempio della cura prodigata verso la ricerca delle minime sfumature di fraseggio e dinamica che, senza esagerare e rendere alla fine il brano troppo sdolcinato, consentono ai due solisti di dialogare da cima a fondo senza forzature ma sempre con suoni rotondi, talora con una cantabilità dalla apparente spontaneità quanto mai soggiogante.
Julia Fischer al violino e Daniel Müller-Schott al violoncello, da tempo affiatati esecutori del brano, si adattano alle intenzioni di Petrenko alla perfezione, e le loro qualità di esecutori precisi dal suono non enorme ma sempre rotondo e perfettamente intonato finiscono per venirne valorizzate al meglio. Degna di lode, in particolare, l’abilità del violoncellista nella parte grave della scrittura e la perfetta unità di timbro dei due strumenti, i cui lunghi dialoghi si strutturano in armonia senza necessità di fuochi d’artificio.
L’emozione suscitata dal primo movimento è forte al punto che la conclusione è accolta da un timido, inusuale tentativo di applauso al termine del brano !

Lo stesso disegno interpretativo sigla l’Andante, in cui dall’iniziale motto dei corni e dei legni, espressi con intenzione quasi religiosa, si passa con suoni caldi, ambrati, affettuosi al f espressivo e al poco f ma dolce degli archi e nuovamente al p dolce dei legni delle battute 7 ed 8. Il movimento, con una impostazione di questo genere, è ben lungi dall’essere in contrasto con il precedente e si ricollega idealmente allo spirito beethoveniano laddove alla battuta 30 l’avvio della sezione A procede con suoni aerei e pastorali (ancora una volta l’indicazione p dolce è sparsa a piene mani…).
Splendida, in questo senso, la conclusione da parte dei solisti che letteralmente ricamano suoni di carta velina per il diminuendo che chiude il brano.
È l’urgenza narrativa a segnare il terzo ed ultimo movimento, contraddistinto dall’esaltazione dei ritmi danzanti tanto cari a Brahms sotto una guida rigorosa che restituisce con millimetrica precisione ogni battuta tanto del dialogo tra i solisti quanto degli interventi dell’orchestra.
Al termine, prolungati applausi per il direttore e i solisti, questi ultimi impegnati nella Passacaglia di Johan Halvorsen come omaggio al pubblico.

Applausi al termine della prima parte del concerto.

Composta due anni prima del Doppio concerto, la sinfonia Manfred di Pëtr Il'ič Čajkovskij è considerata una delle sue migliori composizioni sinfoniche ma al tempo stesso è criticata per la complessità del lavoro che risente in diversi momenti della difficoltà dell’Autore nel cimentarsi col genere della musica a programma per un lavoro così lungo ed articolato. Il compositore descrive, nei quattro movimenti che costituiscono la sinfonia, le peregrinazioni di un tormentato Manfred dapprima alla ricerca della serenità interiore attraverso le montagne, poi presso la Fata delle Alpi nel secondo movimento, a contatto con gli abitanti dei paesini fiabeschi nel terzo, in un’orgia infernale e davanti allo spirito dell’amata che gli predice la morte nel quarto. Un confronto nel genere con Berlioz sarebbe probabilmente schiacciante per la finezza dell’impiego dei mezzi strumentali e il talento visionario del francese.
Con lucidità, Kirill Petrenko mette ordine nel tessuto orchestrale della sinfonia concentrando l’attenzione su ritmi e timbri dei singoli episodi, esaltando le sonorità che più fortemente descrivono gli stati d’animo del protagonista.
Incandescenti gli attacchi degli archi nel primo movimento, a far da contraltare all’avvio lugubre dei legni e altrettanto emozionante l’intervento del primo corno nel secondo episodio a partire dalla battuta 119. Cuore emozionale del primo movimento l’Andante che, a partire dalla battuta 171, si svolge per suoni morbidissimi degli archi sino all’ingresso del clarinetto dalla misura 203 su un appena percettibile tappeto sonoro, preparando l’atmosfera del grandioso finale del movimento.
Colpisce all’avvio del secondo movimento la precisione strumentale raggiunta dai legni, che sembrano a tratti prefigurare nel loro virtuosismo l’inizio del terz’atto dello stesso Rosenkavalier, per lasciare spazio con la dovuta grazia ad un magistrale trio.
A costruire una rappresentazione vagamente oleografica, il terzo movimento rilegge la vita alpestre con una grazia di sapore ottocentesco ricordando a tratti talune atmosfere degne di Massenet, frammiste a sfoghi sonori ed echi sinistri che tradiscono la lontananza dell’Autore dal genere descrittivo.
La prima parte del quarto movimento è il momento meno riuscito dell’opera. Come ben sapeva anche Wagner, rendere l’atmosfera di un baccanale è esperienza non facile per chi non l’abbia nel sangue e, in effetti, Čajkovskij fatica ad andare oltre una generica ipertrofia sonora. A mano a mano che il brano procede, tuttavia, si riscatta laddove ritornano dapprima i cupi accenti dell’inizio e si prepara la visione dell’amata Astarde. Qui Petrenko è abile nel riagganciarsi al clima del primo movimento e preparare il teatrale ingresso dell’organo che fa vibrare, letteralmente, l’intera Elbphilharmonie scatenando di lì a poco, dopo un momento di commosso silenzio, un uragano di applausi.

Saluto finale

In stato di grazia, l’orchestra della Bayerisches Staatsoper si conferma anche in questa occasione una dei migliori complessi europei del momento per qualità di suono, precisione e capacità di rendere al meglio le millimetriche sfumature richieste dal suo direttore. Al debutto sul palcoscenico di quello che si può già considerare un tempio musicale europeo, l’orchestra ha saputo rapidamente prendere le misure ad una sala dall’immagine sonora brillante, nitida che si è dimostrata ideale per l’ispirata direzione di Kirill Petrenko, magistrale nel restituire con chiarezza tessuti orchestrali particolarmente fitti senza nulla sacrificare all’interpretazione.

 

Paolo Malaspina
Paolo Malaspina, nato ad Asti nel 1974, inizia a frequentare il mondo dell’opera nel 1989. Studia privatamente canto lirico e storia della musica parallelamente agli studi in ingegneria chimica, materia nella quale si laurea a pieni voti nel 1999 presso il Politecnico di Torino con una tesi realizzata in collaborazione con Ecole Nationale Supérieure de Chimie de Toulouse. Ambito di interesse musicale : musica lirica e sinfonica dell’ottocento e novecento, con particolare attenzione alla storia della tecnica vocale e dell'interpretazione dell'opera lirica italiana e tedesca dell'800.

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