Mauro Cardi (1955)
Le ossa di Cartesio (2021)
Opera in un atto e sei capitoli
Libretto di Guido Barbieri

Prima esecuzione assoluta

Franco Mazzi,             Cartesio, voce narrante
Valeria Matrosova,    Cristina di Svezia,
Patrizia Polia,             Helèna, cantante di corte
Federico Benetti,        abate Viogué, Capitano Planstrom, medico van Wullen

Enrico Frattaroli,         mise en espace

Ensemble In Canto
Bruno Lombardi, flauto e ottavino
Roberto Petrocchi, clarinetto e clarinetto basso
Marco Venturi, corno
Rodolfo Rossi, percussioni
Gabriele Catalucci, clavicembalo
Anna Chulkina, violino
Gianluca Saggini, viola
Michele Chiapperino, violoncello
Francesco Fraioli, contrabbasso

Fabio Maestri, direttore

 

 

 

Teatro Comunale “Sergio Secci” – Terni (Umbria) sabato 9 ottobre 2021

La morte di Cartesio è oggi avvolta dal mistero. Fino a ieri, le biografie l’attribuivano a una polmonite, dovuta al rigido inverno di Stoccolma, dove il filosofo si era recato per dare lezione alla Regina di Svezia. Ma, nel 2009 dopo anni di ricerche, uno studioso tedesco ha scoperto documenti del medico della corte svedese, che avvalorano l’ipotesi di avvelenamento da arsenico, ad opera di un emissario di Papa Innocenzo X presso Cristina di Svezia. E ciò nel timore che gli insegnamenti di Cartesio allontanassero la Regina dall’adesione all’ortodossia cattolica, di fondamentale importanza per la Chiesa di Roma in quel frangente storico. Le Ossa di Cartesio, novità di Mauro Cardi, su testo di Guido Barbieri, immagina il racconto di Cartesio che, da morto, ripercorre i suoi ultimi mesi e le successive vicende delle sue spoglie mortali.

Patrizia Polia, Valeria Matrosova e Federico Benetti nel terzetto finale.

Suggestivo, come argomento : le ossa di Cartesio, perbacco ! Anzi, Le ossa di Cartesio, che è il titolo della novità operistica su testo di Guido Barbieri con musica di Mauro Cardi, compositore da tempo affermato nell’odierno panorama italiano. In prima assoluta – ma è prevista una replica il 7 novembre a Roma, nel Teatro “Palladium” – la nuova opera è andata in scena al Teatro Comunale “Sergio Secci” di Terni, per iniziativa dell’associazione OperaInCanto, che la coproduce insieme a Nuova Consonanza. La vicenda è curiosa, ma ancor prima è misteriosa, e riguarda la morte di René Descartes, in italiano Cartesio, il grande filosofo e matematico francese, vissuto tra 1596 e il 1650.

Cartesio è morto nel febbraio 1650 a Stoccolma, dove si era recato sul finire dell’anno precedente. Era stato invitato dalla regina Cristina di Svezia (1626–1689), originale figura di sovrana, costretta dalle circostanze a reggere la corona fin dalla tenera età. Ma era una corona che pesava molto a questa donna coltissima, amante delle arti, dal carattere ribelle e indipendente. Cristina mal sopportava gli onerosi adempimenti del suo ruolo, e ancor meno intendeva cedere, anche per la sua omosessualità, alle pressioni degli ambienti di corte affinché si maritasse, e assicurasse al trono una discendenza. In più, in una Svezia saldamente schierata nel campo della religione protestante, ella non faceva mistero del desiderio di convertirsi al cattolicesimo ; tanto da decidere nel 1654, proprio per abbracciare tale confessione, di abdicare al trono. Negli ultimi mesi del 1649, intanto, la regina aveva ottenuto che Cartesio, da lei ingaggiato, si stabilisse a Stoccolma, affinché le impartisse di persona i suoi insegnamenti, in esclusiva. Però gli aveva imposto di tenere lezione ogni mattina alle sei, recandosi al palazzo reale. Di certo, non un orario comodo ; nel rigido inverno scandinavo, quindi, il filosofo era costretto a uscire di casa nelle ore più fredde. Il che, di conseguenza, ha indotto le biografie ad accogliere la tesi ufficiale di una polmonite, quale causa della morte di Cartesio, l’11 febbraio 1650.

E invece, colpo di scena. Qualche anno fa uno studioso tedesco, Theodor Ebert, ha pubblicato un libro nel quale si sostiene e si documenta la tesi che non per polmonite sia morto Cartesio, bensì per avvelenamento. Avvelenamento da arsenico. Dopo anni di ricerche, il professor Ebert ha scoperto e portato alla luce un’annotazione del medico della corte svedese, Johann van Wullen. Questi prese in cura Cartesio negli ultimi giorni ; e nel suo scritto non soltanto descrive nel filosofo i sintomi inconfondibili dell’arsenico, ma aggiunge che, alla vigilia della fine, Cartesio stesso chiese un infuso di vino e tabacco, che all’epoca si usava per stimolare il vomito, proprio perché sospettava di essere stato intossicato. Pochi anni prima di Ebert, un altro autore, Eike Pies, rinvenne nell’archivio dell’Università olandese di Leiden una lettera dello stesso medico di corte a un suo collega, nella quale si riportava la sintomatologia del filosofo moribondo, sottolineando che questa sintomatologia nulla aveva a che vedere con la polmonite, bensì con l’arsenico.

Franco Mazzi (Cartesio),  Federico Benetti (Abate Viogué) e il direttore Fabio Maestri. 

E, come in ogni giallo, c’è un sospettato. Si tratta di un religioso, l’agostiniano Jacques Viogué, cappellano dell’ambasciata francese, in stretto contatto con il Papa dell’epoca, Innocenzo X. Questi  – a conoscenza delle simpatie di Cristina per la confessione cattolica, e speranzoso di un’alleanza con un potente regno europeo –  incarica Viogué di adoperarsi per favorire in ogni modo la conversione della sovrana. Il sopraggiungere di Cartesio a Stoccolma, e a stretto contatto con la regina, mette in allarme il padre agostiniano. Le teorie cartesiane, quali ad esempio la tenace affermazione del metodo scientifico della conoscenza, o il bipolarismo tra anima e corpo, sono troppo pericolose, per quanto il filosofo si professi anch’egli cattolico. E per di più Cartesio, arrivando a corte, ha recato con sé il suo ultimo trattato fresco di stampa, Le passioni dell’anima, nel quale si sostiene che le passioni umane fondamentali  – amore, odio, gioia, tristezza, meraviglia, desiderio –  non dall’anima sono ispirate, bensì dai diversi umori corporali che agiscono nel nostro organismo. E tutte le altre passioni sorgono dalla commistione fra loro delle passioni primarie. Apriti cielo ! Un pericolo intollerabile per l’abate Viogué e per la Chiesa di Roma ! Il perfido prete, secondo le supposizioni di Ebert, approfitta di una cerimonia nella cappella della sua ambasciata, alla fine di gennaio, per somministrare a Cartesio una bella polpetta avvelenata. Alias, una comunione con ostia “corretta” all’arsenico, come dai successivi, inequivocabili sintomi. Sta di fatto che, il 2 febbraio, il filosofo si aggrava, e nell’arco di una decina di giorni passa a miglior vita. Tanto per la cronaca, qualche anno dopo la Chiesa romana porrà le opere di Cartesio nell’Indice dei libri proibiti …

Cartesio (1596–1650)

Un enigma appassionante, anche perché senza certezze. E non è tutto. Infatti, perché Le ossa di Cartesio ? Cartesio viene sepolto in un cimitero protestante di Stoccolma. Pochi anni dopo la sua morte, nel 1666, il Regno di Francia reclama i resti del grande filosofo. Durante l’esumazione, il capitano Planstrom, a capo del drappello di guardie svedesi che presenziano alla cerimonia, sottrae l’illustre cranio, sostituendolo. Era di moda, all’epoca, esibire sullo scrittoio un teschio, memento della caducità delle umane cose. Da lì in poi il prezioso teschio conosce surreali peripezie : considerato una reliquia, sarà venduto e comprato infinite volte da collezionisti, mercanti, alti funzionari, alti prelati, alti ufficiali. E ciascuno si sentirà in diritto di personalizzare il pregiato reperto, incidendovi il proprio nome, o un motto. Come che sia nel primo Ottocento il cranio, che nel suo girovagare ha perso la mandibola, è battuto in una pubblica asta, in Svezia. Evidentemente ispirato dal pensiero positivista, l’acquirente lo dona al parigino Musée de l’Homme, dove tuttora è esposto. Il resto dello scheletro è invece nell’Abbazia di Saint-Germain-des-Prés.

Un momento dello spettacolo

La singolare vicenda è stata resa in veste teatrale da Guido Barbieri, e messa in musica da Mauro Cardi. Barbieri ne ha ricavato un libretto agile, incisivo, e al tempo stesso coinvolgente, centrato da una parte sul presunto avvelenamento, e dall’altro sulla rocambolesca dispersione del cranio e dello scheletro. Il testo scorre con persuasiva naturalezza, levigato nella concatenazione drammaturgica, fluido nel ritmo narrativo. Asse portante è il racconto post mortem dello stesso Cartesio, racconto affidato all’attore Franco Mazzi, interprete impeccabile che  – nell’intelligente “mise en espace” del regista Enrico Frattaroli –  rimane sempre seduto sugli scalini del proscenio. E, grazie all’effetto audio, la voce di Cartesio  – che racconta i suoi ultimi mesi e i personaggi coinvolti –  sembra appunto venire dall’aldilà. Il racconto è organizzato in sei capitoli, ispirati dalle sei passioni primarie dell’anima. E la “mise en espace”, una scelta ben più adatta di una messa in scena, dispone gli interpreti in più angoli del palcoscenico, immobili, mentre sul fondo si proiettano immagini del trattato Le passioni dell’anima, in apertura dei vari capitoli, con altre immagini tratte dal celebre Discorso sul Metodo, e anche gli assi cartesiani che tutti conosciamo.

Essenziale, tersa, incisiva, la partitura di Mauro Cardi è perfetta nella presa emotiva, nella funzionalità, nell’economia drammaturgica. Con elegante finezza, la scrittura musicale avvolge e trasfigura la narrazione in un’atmosfera di efficace trasparenza. Un omaggio raffinato, la creazione di Cardi, al fascino della meditazione, della profondità, dell’ordine stupefacente del pensiero cartesiano. Il filo conduttore introduce ogni capitolo affidando alle voci una pagina vocale di un autore dell’epoca, a parte il primo pezzo che è posteriore, di Haendel : seguono Sigismondo d’India, Claudio Monteverdi, Barbara Strozzi, Domenico Mazzocchi, e ancora un duetto di Barbara Strozzi nel finale, duetto che Cardi rielabora per tre voci. Da ognuna di tali citazioni, ripresa integralmente o in parte, la scrittura musicale si diparte in altre direzioni, per proseguire su un itinerario dettato dal linguaggio e dal sentire di oggi. L’esito è di intensa suggestione, con una musica che avvolge l’intero spettacolo in uno scavo di penetrante, ipnotico effetto espressivo.

Il melologo di Cartesio, che ripercorre i suoi ultimi mesi, si intreccia con gli interventi di tre cantanti. Il soprano Valeria Matrosova interpreta efficacemente Cristina di Svezia, frequentando soprattutto la regione acuta che impone un timbro siderale, quasi vitreo. Patrizia Polia, anch’ella soprano, dà voce a due personaggi : prima la cantante di corte e poi, con accenti di tenera premura, Helèna, la domestica di Cartesio, sua amante e madre della loro figlioletta, morta in tenera età. Il basso Federico Benetti interpreta ben tre ruoli : l’abate Vioguè nel suo tetro fanatismo, il capitano Planstrom con la sua futilità senza remore, e il medico van Wullen, orientato su compassate osservazioni. Tutti e tre gli interpreti si disimpegnano lodevolmente, in particolare Patrizia Polia. Ineccepibile la resa del complesso strumentale, l’Ensemble In Canto, formato da archi fiati e cembalo  – tutti a parti reali, cioè solistiche –  affidati a esperti professionisti. A capo del tutto era la solida bacchetta di Fabio Maestri, direttore d’orchestra con lunga esperienza nella musica contemporanea. E infatti Maestri ha concertato voci e strumenti coniugando sicurezza del gesto e delicata sensibilità espressiva, e valorizzando a dovere la raffinata composizione di Mauro Cardi.

Applauso finale
Francesco Arturo Saponaro
Francesco Arturo Saponaro ha esercitato a lungo l’attività di docente in Storia della musica, e di direttore in Conservatorio. Da sempre mantiene un’attenta presenza nel campo del giornalismo musicale. Scrive su Amadeus, su Classic Voice, sui giornali on line Wanderer Site e Succede Oggi. Ha scritto anche per altre testate : Il Giornale della Musica, Liberal, Reporter, Syrinx, I Fiati. Ha collaborato per molti anni con la RAI per le tre reti radiofoniche, conducendo innumerevoli programmi musicali, nonché in televisione per RaiUno e TG1 in rubriche musicali.
Crediti foto : © Opera in canto

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