Aurora dalle rosee dita apparve ancora una volta,
e Ulisse riconobbe la sua terra.
Il giorno sorgeva sulle colline,
e il suo cuore si illuminava con esso.
Il vigoroso mercato di Alessandra Ferri
Quando il 12 aprile scorso è stata annunciata la stagione 2025–2026 del Balletto di Stato di Vienna, gli sguardi degli appassionati di danza sono stati quasi più catturati dall’elenco dei danzatori che dal contenuto della stagione stessa. La leggendaria Alessandra Ferri, assumendo ufficialmente il suo incarico di direttrice del Balletto, ha colto l’occasione per svelare l’organico, rivelando di aver “saccheggiato” senza esitazioni per rimodellare in modo spettacolare i ranghi di solisti e Principals della Compagnia. Amburgo (dove l’immenso Alessandro Frola era una delle figure più emblematiche del tardo periodo Neumeier), New York (Cassandra Trenary), Amsterdam (Victor Caixeta), Stoccolma (Kentaro Mitsumori), Tbilisi (Laura Fernandez Gromova), Losanna (Alessandro Cavallo), Bratislava (Vladislav Bosenko) ne hanno fatto le spese ; ma è soprattutto Monaco ad aver perso terreno, con la defezione di António Casalinho, enfant prodige del mondo del balletto che aveva raggiunto la Baviera dopo il Prix de Lausanne ed era stato promosso Principal nel novembre 2024 (a soli 21 anni!), insieme alla sua partner nella vita e spesso anche sulla scena, Margarita Fernandes. Anche Madison Young, riconosciuta come una delle Principals più talentuose di Monaco, ha raggiunto Vienna, dove aveva già danzato in parte sotto la direzione di Manuel Legris.
Alcune figure emblematiche della compagnia viennese sono rimaste, come Olga Esina o Davide Dato, ma questo line-up profondamente rinnovato aveva davvero di che sedurre. Dopo una ripresa della piuttosto dimessa produzione viennese di Giselle, Alessandra Ferri ha proposto di introdurre nel repertorio della Compagnia un grande balletto narrativo, creato nel marzo 2020, alla vigilia dei confinamenti, da Alexei Ratmanskij per l’American Ballet Theatre. Prima europea ; numerosi ruoli principali ; trasmissione mondiale in diretta lo scorso novembre : era l’occasione ideale per la Ferri di esibire la profondità del suo vivaio di talenti e per il pubblico di assistere a una sorta di rassegna delle forze rinnovate del Balletto.
I Beautiful di Siracusa alla Mesopotamia
È da un oscuro romanzo d’amore dell’antichità – il primo giunto fino a noi in forma completa secondo gli studiosi, Le avventure di Cherea e Calliroe di Caritone di Afrodisia – che Ratmanskij e il suo dramaturg Guillaume Gallienne hanno tratto ispirazione per costruire questo balletto in due atti. In breve : Calliroe, eroina di bellezza sovrumana e figlia di Siracusa, si innamora perdutamente di Cherea, giovane eroe tanto atletico quanto impulsivo. Nonostante le rivalità paterne, il matrimonio si celebra. Pretendenti respinti ordiscono una trappola grossolana che risveglia la gelosia di Cherea ; ingannato, egli colpisce la sua amata in un accesso di furia incontrollata. Lei crolla, sembra morta, viene sepolta in una tomba sontuosa, si risveglia appena in tempo per essere rapita dai pirati che la vendono come schiava a Mileto… Segue una cascata di peripezie che mescolano matrimoni forzati, intrighi di corte a Babilonia, guerra tra Persiani ed Egiziani, una gravidanza segreta. Calliroe, ora vittima ora stratega resiliente, passa dalle braccia di Dionisio, nobile vedovo appassionato, a quelle di Mitridate, satrapo ambizioso. Cherea, divorato dal rimorso, parte alla sua ricerca, viene catturato, diventa schiavo e poi improbabile eroe di guerra. Si dispiega così, a ritmo frenetico, un feuilleton amoroso carico di colpi di scena inverosimili e passioni smisurate, fino alla riunione finale in cui l’amore, maturato attraverso le insidie della vita, trionfa – prole compresa – in un perdono magnanimo.
Ratmanskij non cerca affatto di attenuare questa lussureggiante abbondanza narrativa. Al contrario, se ne appropria e se ne diverte, talvolta giocando a confondere le piste. Lo spettatore può chiedersi se abbia perso una scena in questa storia già di per sé densissima e poco conosciuta dal ballettofilo medio del 2026 ; in realtà no : l’intreccio procede semplicemente a grande velocità, in modo implacabile. Kallirhoe non racconta una storia : ne accumula diverse. Dove altri avrebbero allegerito, Ratmanskij aggiunge. Dove si sarebbe potuto astrarre, egli racconta e concatena gli episodi con notevole efficacia. La sua coreografia non indebolisce mai l’ossatura drammatica : al contrario, la mette in primo piano, talvolta fino alla sovrabbondanza, assumendo il rischio di un balletto che esige attenzione e resistenza da parte dello spettatore.
Il contrasto è evidente tra un primo atto molto narrativo e piuttosto sottile nel suo sviluppo e nella sua resa plastica, e un secondo atto più brutale, che sembra rivendicare apertamente un pastiche dei grandi balletti sovietici alla Spartacus. Diverse scene – in particolare uno stordente scontro guerriero tra Cherea e Dionisio, con le rispettive truppe – appaiono come veri e propri calchi. Alcuni vi vedranno uno squilibrio. È certamente un contrasto estetico, ma in entrambi gli atti si ritrova la stessa volontà di rispecchiare in scena l’abbondanza narrativa. Ratmanskij, che al Bol’šoj ha contribuito a ravvivare la fiamma sovietica rimontando Il ruscello limpido, Il bullone o Fiamme di Parigi, ama gli insiemi : folle, eserciti, corti, comunità che osservano, giudicano, condannano. Anche nello stile più accademico della sua straordinaria Coppélia scaligera si ritrovava già questa attenzione all’ensemble, talvolta ingombrante. Qui pure, salvo pochi pas de deux, anche i momenti più intimi si svolgono sempre all’interno di collettivi animati e vigili. L’individuo o la coppia raramente esistono da soli : sono presi in una rete di sguardi e di forze contrarie. Questo modo di coreografare il collettivo conferisce al balletto una densità quasi politica : il dramma intimo è costantemente esposto allo sguardo pubblico, quello del corpo di ballo in scena e quello del pubblico in sala. Ratmansky dosa con sapienza adagi, narrazione e virtuosismo individuale o collettivo di grande brillantezza.

E quanto a brillantezza, anche sul piano musicale siamo ampiamente serviti. Aram Il'ič Chačaturjan domina la partitura, arrangiata da Philip Feeney. Tratta in gran parte da Gayaneh, alterna estratti più introspettivi – ad esempio da concerti per pianoforte – a una musica fragorosa, fatta di ottoni ringhianti e percussioni tribali, con accenti marziali e melodie orientalizzanti che evocano irresistibilmente i grandi dramballets a cui la coreografia rimanda. Ratmansky attinge da questi arrangiamenti ciò che fonda la sua firma : una musicalità altamente ispirata, talvolta spiazzante, e un gusto per i contrasti improvvisi. Un pas de deux sospeso può essere interrotto da un’irruzione violenta ; una scena di tenerezza può rovesciarsi all’improvviso nella furia, in perfetta simbiosi con la musica. Nulla si stabilizza a lungo. La danza riflette così l’instabilità emotiva del racconto, rispecchiando i contrasti della partitura. Va inoltre salutata la direzione esperta di Paul Connelly, già direttore musicale dell’ABT, profondo conoscitore del mondo del balletto e di Ratmansky, che sprigiona tutta la potenza dell’Orchestra dell’Opera di Stato di Vienna in un’interpretazione vivace e precisissima, capace di scolpire atmosfere e di aderire perfettamente ai contrasti narrativo-coreografici, dal quasi assordante al supremamente carezzevole.
Wiener Staatsballett triumphans
L’energia e il piacere che emanano da queste due rappresentazioni lasciano pochi dubbi sulla metamorfosi collettiva che Alessandra Ferri sta operando, dopo il torpore seguito alla partenza di Manuel Legris. Entrambi i cast si divertono visibilmente, brillano costantemente, talvolta stupiscono e suscitano ovazioni calorosissime in entrambe le serate. Sembra evidente che il lavoro con Ratmansky e le prospettive offerte dalla distribuzione dei ruoli abbiano galvanizzato la troupe. Del resto, la fioritura di ruoli offerta da un affresco di questo tipo è seducente e non può che stuzzicare l’appetito del ballettofilo, felice di aver assistito a due recite così contrastanti.
Il corpo di ballo, molto sollecitato, dà corpo a ogni scena e costruisce composizioni magnifiche, animate e ardenti, anche quando incornicia i momenti più intimi. Le donne formano un coro tragico compatto ed espressivo, una vera forza collettiva che commenta e amplifica il destino dell’eroina ; gli uomini, soprattutto nelle legioni guerriere, dispiegano una determinazione marziale impressionante. Una delle principali sfide future per la signora Ferri sarà senza dubbio quella di infondere all’intera Compagnia un’eccellenza tecnica che talvolta è sembrata mancare. In entrambe le serate si sono notate le stesse approssimazioni del corpo di ballo, sia negli allineamenti sia nei port de bras di base. Certo, Kallirhoe non è Il lago dei cigni e i costumi ampi di Jean-Marc Puissant tradiscono meno le imperfezioni rispetto ai tutù aderenti ; tuttavia non si può dire che gli insiemi, in particolare quelli femminili, siano stati sempre impeccabili, nonostante la gioia e l’impegno totale e intenso di tutti gli interpreti risultassero evidenti.
Bellezza fatale e resiliente, Calliroe attraversa le prove come una figura tragica moderna : vittima dei capricci divini e della violenza maschile, ma mai spezzata. I suoi assoli lirici irradiano una forza interiore quasi soprannaturale ; i sollevamenti mettono in scena la sua vulnerabilità senza mai sminuirla. Cassandra Trenary incarna l’eroina con un’eleganza struggente, braccia di una fluidità sconcertante e un lavoro di piedi di infinita morbidezza. La sua espressività, lirica e profonda, fa vibrare ogni gesto. A risponderle è un Cherea assolutamente irresistibile. Si conosceva già la danza impeccabile di António Casalinho, tecnicamente rifinita, dal ballon vellutato ; qui la si ritrova con ammirazione e piacere costanti, ma si scopre anche una formidabile capacità di incarnazione, un’energia devastante che dona a Cherea un impeto giovanile imperioso. Dal giovane affascinante e seduttore al guerriero vendicatore, la tavolozza espressiva di questo artista eccezionale si amplia ulteriormente. Se nelle scene di guerra i suoi salti esplosivi, che sembrano sfidare la gravità, e i suoi manèges fulminei strappano applausi frenetici, egli sa anche vibrare con estrema delicatezza per la sua Calliroe. Magnifica la simbiosi con la Trenary, in particolare nei sollevamenti sciolti e fluidi.

Cherea è un personaggio ambivalente : geloso e brutale, ma anche sinceramente innamorato, il che consente diverse chiavi di lettura. Alessandro Frola, artista di primo piano dell’Hamburg Ballet, dove ha reinventato numerosi ruoli di John Neumeier e del quale rimane ospite permanente, aveva interpretato Dionisio all’ingresso dell’opera in repertorio e qui faceva il suo debutto come Cherea. Ne esplora mirabilmente il lato gioviale, un po’ ingenuo, quasi tenero, una sorta di Colas siciliano. Colpisce il suo modo unico di abitare i silenzi, i tempi sospesi, nelle scene di tenerezza e negli adagi con Calliroe. Si fonde nel vocabolario decisamente classico ma mai museale di Ratmanskij, offrendo salti netti e linee precise, per poi imporre, nell’atto II, una lettura espansiva, fisica, quasi animale nel grande manège. Trova qui un ruolo che gli permette di dispiegare appieno la sua straordinaria versatilità interpretativa. Sa inoltre mettere perfettamente a proprio agio e valorizzare la giovane solista brasiliana Sinthia Liz, che quella sera faceva il suo debutto, ritardato da un infortunio. Priva dell’esperienza e dell’evidenza della Trenary, apporta tuttavia al personaggio una fragilità più immediata, più emotiva, giocando maggiormente sui contrasti.
È difficile scegliere tra i due cast, poiché ciascuno esplora zone interpretative differenti all’interno del ricco ventaglio offerto dall’opera di Ratmanskij, tanto più che sono splendidamente sostenuti. Dionisio, sposo imposto a Calliroe, lacerato tra amore sincero e gelosia possessiva, è in realtà un ruolo di grande finezza, sospeso tra tenerezza e violenza trattenuta. Davide Dato, in stato di grazia, gli conferisce tutta la sua dimensione grazie a un’aristocrazia naturale : linee pure, intensità drammatica, carisma travolgente che rendono elettrico il suo duetto con Calliroe e memorabile il confronto con Cherea/Casalinho. Masayu Kimoto appare invece più neutro. Allo stesso modo, è Alessandro Cavallo, già stella emergente del Béjart Ballet Lausanne, piuttosto che Rinaldo Venuti, a imprimere a Mitridate tutta l’astuzia serpentina necessaria per esistere pienamente in un atto II dominato dal triangolo amoroso Calliroe–Cherea–Dionisio.
Una miriade di personaggi secondari dà ritmo all’azione : un Re di Babilonia dall’autorità lubrica e imponente, gli amici fedeli di Cherea dalla virile camaraderie, Policarpo dalla lealtà solida e dalla virtuosità scintillante, Plangone, confidente e mediatrice, una Regina di Babilonia dalla presenza ieratica al di là del tradimento. Tanti ruoli in cui solisti, Principals e membri del corpo di ballo trovano spazi di espressione molto pertinenti.

Kallirhoe non è un balletto accomodante. È denso, profuso, eccessivo ; ma anche generoso, teatrale, ambizioso. Ratmanskij trasforma un romanzo antico irregolare in un racconto senza tempo sull’amore incrollabile oltre la furia distruttrice, all’interno di un balletto a serata intera scritto in una grammatica accademica, cosa tutt’altro che frequente. A Vienna, l’opera trova un contesto all’altezza della sua ambizione : un’orchestra potente, una compagnia rinvigorita capace di abbracciarne la complessità stilistica ed emotiva, solisti straordinari pronti a portare in alto i colori della Compagnia. Si esce da questo trionfo corroborante ancora più desiderosi di seguire l’evoluzione della troupe viennese rilanciata dall’arrivo della Ferri, e altrettanto impazienti di scoprire ciò che Alexei Ratmanskij sta preparando per la fine della stagione ad Amburgo attorno ad Alice nel Paese delle Meraviglie. Promette molto !

