
Dodici anni fa, il 20 gennaio 2014, Claudio Abbado ha lasciato questo mondo, privandoci della sua musica.
« Manca un essere e tutto è spopolato », diceva Lamartine, e posso solo constatare che la musica rimane spopolata, dodici anni dopo. Non che non ci siano altri grandi direttori che continuano a regalarci momenti eccezionali, che continuano a rivelarci nuovi aspetti dell'interpretazione musicale, ma Claudio era uno di quegli individui insostituibili e unici che continuano a riempire i nostri ricordi e a farci venire le lacrime agli occhi quando pensiamo ai momenti che abbiamo condiviso con la sua musica e, a volte, con lui.
Quando scrivo un articolo o rivisito un luogo emblematico della sua carriera, non passa giorno senza che mi venga in mente il suo ricordo, non passa giorno senza un pensiero fugace per Claudio : è Lucerna, è naturalmente la Filarmonica di Berlino, dove ho trascorso due serate memorabili la scorsa settimana, ascoltando due volte la Sinfonia n. 8 di Mahler, quella che non gli piaceva e che ha rifiutato di dirigere a Lucerna nel 2012 all'ultimo minuto.
Ogni volta che ascolto l'Ottava di Mahler penso a lui, così come penso a lui ad ogni concerto alla Philharmonie, ad ogni concerto dei Berliner, vedendo, ad esempio, durante questi due concerti, i musicisti che già appartenevano all'orchestra, Albrecht Mayer, Daniele Damiano, Wenzel Fuchs, Marie-Pierre Langlamet, Dominik Wollenweber e Ludwig Quandt, il violoncellista che ha aperto le ultime due serate chiedendo al pubblico di donare denaro per sostenere i rifugiati e che è stato uno dei portatori della bara al suo funerale a Bologna.
E mentre ascoltavo questa gigantesca sinfonia con centinaia di partecipanti, pensavo a come lui sapesse spazializzare la musica, collocando i musicisti negli angoli più remoti della Philharmonic di Berlino…
La mia mente correva, perché era stata completamente plasmata dalla musica di Claudio Abbado, ascoltata per la prima volta in concerto nel 1976 con la Filarmonica di Vienna e per l'ultima volta a Lucerna nell'agosto 2013. Ho ascoltato alcune delle sue ultime produzioni alla Scala, Boris Godunov, Lohengrin, Carmen, Pelléas et Mélisande, e alcune riprese di Rossini, Verdi (in particolare Il Barbiere di Siviglia e Macbeth, ma anche Il Viaggio a Reims venuto da Pesaro) e Nono (Prometeo dopo la prima di Venezia). Ma è stato dopo che ha lasciato Milano che ho iniziato a seguire regolarmente non solo le sue produzioni operistiche, ma anche i suoi concerti.
E queste sono state le mie università, perché attraverso di lui ho imparato davvero ad ascoltare l'orchestra, a capire l'architettura delle partiture, ascoltando più volte un concerto o un pezzo che dirigeva con orchestre diverse.
Attraverso di lui ho anche conosciuto molti amici che ancora oggi mi sono molto cari : anche lui è all'origine di quel mondo.
Ecco perché è la fortuna della mia vita, come un eterno regalo.
È la colonna portante della mia passione per la musica, per l'opera e per un approccio sensibile ma profondamente intellettuale all'arte, senza mai essere “elitario” nel senso che i suoi concerti erano momenti di apertura e condivisione, compresi i suoi concerti molto speciali con i giovani, la GMJO (Gustav Mahler Jugendorchester) e la Simón Bolivar.

Sabato scorso, uscendo dalla Philharmonie, sono andato a cena con un amico nella sua trattoria italiana preferita a Berlino, come faccio spesso, per tenerlo con me, o con noi, nei luoghi in cui ci ha emozionato e anche in quelli più inaspettati che ci ha fatto conoscere.
Non è una consolazione, ma un dato di fatto : Claudio non ci ha lasciato, è ancora qui, in me, in noi, che lo abbiamo seguito e che siamo ancora qui. Il presidente francese François Mitterrand ha confidato alla fine della sua vita : “Credo nel potere dello spirito”.
Dobbiamo senza dubbio crederci.

