Giacomo Puccini (1858–1924)
Turandot (1924)
Opera in 3 atti e 5 quadri
Libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni, da un racconto di Carlo Gozzi, lasciata incompiuta da Giacomo Puccini e successivamente completata da Franco Alfano.
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Direttore                                          Gabriele Ferro
Concept                                            Fabio Cherstich e AES+F
Regia                                                 Fabio Cherstich
Video, scene e costumi                      AES+F
Luci                                                       Mario Giusti

Turandot                                          Tatiana Melnychenko
Altoum e Principe di Persia         Antonello Ceron
Timur                                                Simon Orfila
Calaf                                                  Brian Jagde
Liù                                                     Valeria Sepe
Ping                                                   Vincenzo Taormina
Pang                                                  Francesco Marsiglia
Pong                                                 Manuel Pierattelli
Mandarino                                      Luciano Roberti

Orchestra, coro e coro di voci bianche del Teatro Massimo di Palermo
Maestro del coro                                    Piero Monti
Maestro del coro delle voci bianche  Salvatore Punturo

Nuovo allestimento del Teatro Massimo in coproduzione con Badisches Staatstheater Karlsruhe, Teatro Comunale di Bologna
In partnership con Lakhta Center – San Pietroburgo

Palermo, Teatro Massimo, domenica 27 gennaio 2019

Fabio Cherstich e il collettivo di artisti russi AES+F immaginano una Turandot sensazionale dal punto di vista visivo, con un'invenzione abbagliante e allusioni all'estetica dei grandi film di fantascienza. La scena si sdoppia in una dimensione grafica, sovrumana, e una “umana” affidata ai cantanti. Buona la parte musicale, con Valeria Sepe in risalto nel ruolo di Liù e una grande prova del Direttore Gabriele Ferro. 

Turandot (Palermo) Scena d'insieme

La regia della Turandot di Puccini andata in scena al Teatro Massimo di Palermo per l'apertura della stagione 2019 riscrive i confini del rapporto, di suo in perenne ridefinizione e sottoposto da tempo a “stress test”, tra una partitura operistica e la sua messa in scena. Le letture attualizzanti ci hanno infatti abituato a regie che immettono con la forza l'interpretazione in un testo invece di dedurla da ciò che vi è contenuto, con il risultato di inventare una drammaturgia di secondo grado che scorre parallela all'opera perturbando in vario modo il suo determinarsi in quanto unità formale. La messa in scena palermitana appariva sulla carta ancora più ambiziosa, articolandosi in una pluralità di autori : accanto a Fabio Cherstich, responsabile della regia e del “concept”, figurava un collettivo di artisti russi ospiti delle più importanti rassegne d'arte contemporanea del mondo, gli AES+F. Il risultato è un curioso ibrido, con uno sdoppiamento tra una sensazionale invenzione visiva proiettata su schermi multipli, e l'azione vera e propria a contrappuntare quello che si vede. La bravura di Cherstich e degli AES+F è di aver completamente reinventato la vicenda della Turandot, trasformando il dato di un oriente da fiaba di magia in una variabile temporale che permette di ambientare la Turandot in un futuro indeterminato. Convertita l'alterità spaziale di una Cina remota, e ormai alquanto frusta nel 1924, in un'alterità temporale nuova di zecca, si spalanca davanti ai fantasiosi autori l'immenso serbatoio dell'immaginario fantascientifico, con una cascata di memorie cinematografiche ancora scintillanti di novità che vanno da Matrix ad Avatar a Guerre stellari. Così, la città dove vive e decapita Turandot viene disegnata da lontano come una sorta di paesaggio marino brulicante di vita e di colori, e da vicino come un'ultramoderna metropoli a metà ipertecnologica a metà organica, percorsa in ogni senso da piccole astronavi variopinte che ricordano sia i pesciolini tropicali della barriera corallina che i caccia imperiali di Guerre stellari in volo a stormo intorno alla Morte nera. Gli AES+F fanno poi in modo che la scena non risulti mai statica : i movimenti della videocamera conducono l'occhio dello spettatore a percorrere la fantasmagorica città in lungo e in largo, a bordo di un'immaginaria astronave che si muove in mezzo al panorama di grattacieli-funghi marini con movimenti incredibilmente complessi. Incantati da un'invenzione grafica degna del miglior cinema di fantascienza, si viene colti impreparati all'ulteriore colpo di teatro costituito dall'apparizione dell'astronave di Turandot : un enorme drago alato minaccioso come un incrociatore imperiale di Guerre stellari, provvisto di  una connotazione tanto fallica, nella forma esterna allungata, quanto femminile nell'interno disegnato come una inquietante vagina dentata.

Brian Jagde (Calaf) Tatiana Melnychenko (Turandot)

Sul palcoscenico, invece, va in scena un'altra storia, con il resoconto delle antipatiche abitudini di Turandot verso i suoi pretendenti, i ricordi di Ping, Pong e Pang, la sfida di Calaf (vestito come un soldato della Legione straniera), l'apparizione di Timur (un caudillo da dittatura sudamericana) e di Liù (un'infermiera): insomma, la trama senza riscritture troppo vistose. La cosa incredibile, vista la profusione di energie creative nelle proiezioni e la loro spettacolarità intrinseca, è che la parte grafica tanto ingombrante finisce in realtà per diventare una sorta di “colonna visuale”, un colorato commento di immagini alla musica che è sempre stata, e si conferma, autosufficiente dal punto di vista del significato. Il dettaglio decisivo – ma non sapremmo dire fino a che punto intenzionale – è che le immagini di AES+F risultano tanto attraenti quanto a ben vedere sprovviste di un significato preciso, snodandosi parallelamente alla storia come una sorta di commento in ultima analisi inessenziale : diciamo una sorta di “tropo”, uno splendore di complemento affiancato all'azione.

Valeria Sepe (Liù) Vincenzo Taormina(Ping) Francesco Marsiglia (Pang) Manuel Pierattelli (Pong), Brian Jagde (Calaf)

L'impressione si rafforza quando le idee degli autori si precisano su quello che Turandot infligge ai suoi pretendenti : allora comincia una fantasmagoria a base di corpi maschili in mutande che finiscono su un nastro meccanico per farsi tagliare la testa ; poi le teste atterrano su enormi fiori sospesi nell'aria e quindi la scena finisce con una specie di danza macabra di teste tagliate che volteggiano leggiadre. Si prosegue sulla stessa  linea quando si tratta di immaginare cosa mai abbiano fatto a Turandot per renderla così refrattaria all'unione con un uomo : la grafica ripropone gli stessi bellissimi pretendenti che usano una violenza stilizzata a un manipolo di belle ragazze, fra cui figura una modella in severo sovrappeso (il politically correct ormai infesta qualunque forma d'espressione…). Tutto surreale, tutto simpaticamente insensato, in modo tale che non si viene disturbati rispetto a quello che conta veramente : la musica. Lasciandosi alle spalle due ore di scale pentatoniche e di dissonanze sintonizzate sulle ineludibili conquiste del moderno, Puccini approda infatti al supplizio di Liù scrivendo una pagina di grande musica del tutto nelle sue corde, poco dopo aver concesso a Calaf con “Nessun dorma” il vertice espressivo dell'opera. A quel punto, qualunque cosa vada in scena nelle proiezioni viene inghiottita dalla potenza della musica, che pare imboccare finalmente la strada che cercava dall'inizio. Che l'opera si concluda, giusta il completamento di Alfano, nel segno di un improbabile sogno d'amore tra Turandot e Calaf, trova un'eco nelle immagini che raccontano i giovani di prima impegnati ora ad abbracciarsi con passione ma, sempre perché non si è mai abbastanza politicamente corretti, adesso anche in senso omoerotico. Inquietante, inspiegabile, quasi disturbante, la bambolona cinese con cui terminano le proiezioni : forse una Turandot felice perché trasformata in una bambola innocua ; in ogni caso una deludente torsione verso un'estetica New-Age.

Buona la parte musicale. Tatiana Melnychenko è una Turandot senza sfavillio ma abbastanza precisa ; Brian Jagde presta a Calaf acuti facili e potenti, ma poco altro ; Vincenzo Taormina (Ping), Francesco Marsiglia (Pang) e Manuel Pierattelli (Pong) animano il terzetto dei consiglieri cinesi in modo impeccabile ; Simon Orfila si fa apprezzare nel ruolo di Timur ;

Valeria Sepe (Liù) e Tatiana Melnychenko (Turandot)

Valeria Sepe dà a Liù il palpito giusto dell'unico cuore amante dell'opera. Gabriele Ferro offre una grande prova, restituendo una partitura coloratissima dove le seduzioni del moderno su Puccini vengono rese con un'attenzione amorevole a ogni dissonanza e a ogni asprezza. Forse Ferro eccede a tratti nella violenza fonica : Puccini può anche aver apprezzato l'espressionismo, ma questo resta infinitamente lontano dal suo mondo poetico e dalle sue dominanti espressive. Belle invece le melodie di timbri che si snodano in orchestra in modo da disegnare ossa e nervi della partitura ; toccanti, giustamente floride, le linee vocali che ne costituiscono la pelle.

Valeria Sepe (Liù) e Tatiana Melnychenko (Turandot)

 

Sara Zurletti
Sara Zurletti si è diplomata in violino e laureata a Roma in Lettere con tesi in Estetica. Ha poi conseguito un dottorato di ricerca all'Università Paris 8. Ha insegnato nella stessa università "Teoria dell'interpretazione musicale" e poi, dal 2004 al 2010, Estetica musicale all'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli e Pedagogia musicale all'Università di Salerno. Ha pubblicato "Il concetto di materiale musicale in Th. W. Adorno" (Il Mulino, 2006), "Le dodici note del diavolo. Ideologia, struttura e musica nel Doctor Faustus di Th. Mann" (Biblipolis 2011), "Amore luminoso, ridente morte. Il mito di Tristano nella Morte a Venezia di Th. Mann" (Castelvecchi), e il libro-intervista "Ars Nova. ventuno compositori italiani di oggi raccontano la musica" (Castelvecchi 2017). Attualmente insegna Storia della musica al Conservatorio "F. Cilea" di Reggio Calabria.

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