
I tempi che attraversiamo – tra bagliori di guerre diffuse e generale incertezza – fanno proprio desiderare il conforto della grande musica, che dal generale clima fosco acquista maggiore, rassicurante attrattiva. E quindi, coniugando titoli famosi – come il Concerto per pianoforte n.° 1 di Čajkovskij e una celebre sinfonia di Dvořák – a una coppia di artisti ben noti e apprezzati, come Manfred Honeck, direttore d’orchestra, e Seong-Jin Cho, primo pianista coreano a vincere il prestigioso Concorso Chopin nel 2015, l’Accademia ha incontrato un successo superiore alle attese, pur lusinghiere.

Manfred Honeck si conferma interprete di alto livello e, per sua inclinazione, saldamente ancorato nella tradizione esecutiva mitteleuropea ; fin dal primo titolo in programma : l’ouverture dell’Oberon (1826), ultima delle tre maggiori opere di Carl Maria von Weber. Evocativo, delicato, morbido l’avvio. Il breve, struggente motivo del corno, al quale rispondono gli archi, motivo che poi ritorna in dialogo ancora con archi e strumentini, diffonde soavemente il clima protoromantico, di cui quest’ouverture è celebre compendio. E la lettura di Honeck illustra a piena luce il poetico caleidoscopio di sfumature coloristiche, di trasparenze fantastiche, ma anche di accensioni eroiche che innervano questa pagina. Il che si è infatti potuto apprezzare, dopo l’Adagio sostenuto, anche nello scatto perentorio dell’Allegro con fuoco, dove il direttore austriaco chiama sapientemente i professori di Santa Cecilia a disegnare con calda eloquenza la suggestiva espressività della musica di Weber.

Cardine della locandina, il Concerto n.° 1 in si bemolle minore per pianoforte e orchestra op. 23 di Čajkovskij. Non ancora trentaduenne, Seong-Jin Cho ha onorato la fama che lo accompagna, disimpegnandosi con stupefacente naturalezza in una pagina monumentale, e perciò esposta ad ardui confronti. Impressionante la decisa modernità del percorso interpretativo che i due protagonisti, direttore e solista, hanno concordato e concertato. Fin dal notissimo attacco, Cho ha esibito un suono imperioso, ma asciutto, e lontano da qualsiasi enfasi. Dal podio, Honeck lo ha affiancato con serena sicurezza nel disegnare il respiro orchestrale, finemente dosato nei volumi, e limpidamente scandito nel fraseggio. Ammirevoli l’incisività dell’eloquio, ma anche la sobrietà della lettura, e il senso della misura, nel pianista coreano : egli ha scandito col giusto peso il profilo declamatorio della scrittura di Čajkovskij, ma tenendosi lontano da ogni esibizionismo, e dal rischio di scivolare nell’enfasi. Su questo stile di controllato charme, è apparso nella sua luminosa bellezza il seguente Andantino semplice, del quale Cho ha disegnato con sensibilità il suggestivo lirismo.

E in questo ha molto giovato l’intesa ben modellata tra direttore e solista, su una linea alta di comune pensiero interpretativo. Assorta, evocativa la condotta dell’Orchestra, guidata da Honeck a un respiro che anche nell’Allegro con fuoco ha lasciato lo spazio opportuno al fraseggio pianistico e all’impegno espressivo di Cho. Insomma, una prova di gusto squisito, moderno, al termine della quale Seong-Jin Cho ha ricevuto caldissimi consensi.

La seconda parte del concerto era occupata dalla Sinfonia n.° 8 in sol maggiore di Antonin Dvořák. Pagina che, all’ascolto, sembra toccare le corde più intime della sensibilità di Honeck. Quando la sinfonia apparve, nel 1890, incontrò il favore del pubblico, ma destò anche qualche perplessità negli ambienti più tradizionalisti. Questi eccepivano che il nuovo lavoro, rispetto al modello canonico, risultasse poco unitario, e concedesse spazio a episodi diversi e particolari. Proprio queste articolazioni furono invece rivendicate dall’autore, il quale affermò il proposito di elaborare su una linea più frastagliata le sue personali suggestioni poetiche, con intenti quasi descrittivi. E Honeck ha scelto proprio di lumeggiare i vari dettagli, in una dimensione di aperta cantabilità.

Sicché già l’iniziale Allegro con brio prende quota dalla lucente frase del flauto ; frase che marca il proprio rilievo non tanto in una formale espansione, quanto nel confronto con altre idee, anch’esse lineari e suadenti. In un ordito che presenta sviluppi contenuti, il direttore austriaco, grazie alle sontuose qualità dell’Orchestra, valorizza invece i diversi accostamenti di timbri e colori. Ed ecco quindi il respiro di un’atmosfera lirica e delicata nel successivo Adagio, il profilo danzante dell’Allegretto grazioso, e infine l’incisivo andamento dell’Allegro ma non troppo.
Grande, prolungato calore di applausi.

