Didon et Énée, remembered

Opéra-concetto di David Marton, da Dido and Æneas (1689) di Henry Purcell, su libretto di Nahum Tate e Virgilio, con interventi musicali di Kalle Kalima e interludi di Erika Stucky.

Concetto e regia : David Marton
Composizione – chitarra : Kalle Kalima
Scene : Christian Friedländer
Costumi : Pola Kardum
Luci : Henning Streck
Video : Adrien Lamande
Dramaturgia : Johanna Kobusch
Maestro del coro : Denis Comtet

Alix Le Saux (Didone)
Guillaume Andrieux (Enea)
Claron McFadden (Belinda)
Erika Stucky (Spirito / canto / interludi)
Marie Goyette (Juno/attrice) e Thorbjörn Björnsson (Giove /attore)

Orchestra e coro dell’Opéra de Lyon
Direzione musicale : Pierre Bleuse

Opéra National de Lyon, 16 marzo 2019

Come secondo spettacolo del suo festival primaverile l’Opéra de Lyon ha presentato uno spettacolo che incorpora al suo interno l’opera di Purcell. Ma le aspettative suscitate da questa originale creazione sono andate in parte deluse, non tanto perché quel capolavoro del 1689 è stato profondamente alterato – questo era inevitabile – quanto perché sono deboli e confuse le ragioni di questa operazione. 

Prima parte : Didone (Alix Le Saux) Belinda (Claron Mc Fadden),  Giove (Thorbjörn Björnsson) e Giunone (Marie Goyette)

In un primo momento questo spettacolo era stato annunciato come un dittico, formato da Dido and Aeneas di Purcell e da una nuova opera il cui titolo Remember me derivava dall’invocazione ripetuta più volte da Didone morente nel suo sublime lamento. Il progetto iniziale strada facendo si è trasformato in uno spettacolo intitolato Didon et Énée, remembered, in cui la breve opera di Purcell, abbondantemente sforbiciata, era inglobata all’interno di lunghe parti musicali e testuali aggiunte.

Quello a cui gli spettatori hanno assistito era un work in progress di cui gli stessi artefici non erano totalmente convinti. Il regista ungherese David Marton, che ne è stato l’ideatore, lo ha riconosciuto : “Mi sarei augurato che i vari elementi si incastrassero ancora di più”. Il suo rammarico di non avere il tempo per modificare lo spettacolo, quando tra poco verrà ripreso alla Ruhrtriennale, stava a confermare che non tutto fosse perfettamente a punto. Deve però essere chiaro che quello che si è visto e ascoltato non era affatto abborracciato ma era il risultato di un anno di lavoro. D’altronde Marton ha ragione quando afferma che “nessuna produzione teatrale è mai veramente finita”, che però in questo caso suona come una excusatio non petita.

Spiegare al lettore chi fossero gli autori di quel che si è visto e sentito e quale il compito di ognuno di loro, richiede qualche riga. Il programma di sala riportava soltanto i nomi di Purcell e del suo librettista Nahum Tate. Ma del loro sintetico capolavoro del 1689 – tre brevissimi atti per la durata complessiva di un’ora scarsa – restava sì e no la metà : a chi vanno attribuite le interpolazioni musicali e testuali che portavano a due ore abbondanti la durata di questo spettacolo ?

Kalle Kalima

I loro nomi si potevano desumere dal fascicoletto allegato al programma di sala : qui a Purcell erano aggiunti un po’ alla rinfusa Kalle Kalima (“composizione/chitarra”), Virgilio (sì, proprio il poeta dell’Eneide) e Erika Stucky (“interludi”). La mente di tutto il progetto era il regista David Marton, cui era attribuito il “concetto”. C’era inoltre una drammaturga, Johanna Kobusch, il cui ruolo deve essere stato molto limitato, visto che l’autore del “concetto” era un altro.

Gli incontri tra antichi e moderni  sono all’origine di infinite riflessioni, imitazioni e rielaborazioni e, sono stati fecondi per la cultura europea, a partire dal Medioevo fino ad oggi, o forse dovremmo dire fino ieri. Per secoli questo è avvenuto nel campo della letteratura, dell’architettura, della scultura e della filosofia, ma ora anche nel campo della musica. Le opere barocche si prestano facilmente ad ogni contaminazione, perché per concezione e struttura possono essere facilmente smontate, rimontate, accorciate o allungate, e Dido and Aeneas ha in più la particolarità di sollecitare l’incontro della modernità sia con la poesia classica di Virgilio sia con la musica barocca di Purcell : però la scintilla non è scattata e i moderni non sono riusciti a imbastire un reale colloquio con gli antichi.

Kalle Kalima è un quarantacinquenne chitarrista e compositore finlandese, che da una formazione classica è passato al jazz e all’improvvisazione. Egli stesso, isolato e illuminato da un faretto, improvvisava con la sua chitarra, mentre l’orchestra dell’Opéra di Lione leggeva sugli spartiti la musica da lui composta, consistente in piccoli e sostanzialmente rispettosi interventi sulla musica di Purcell, in brevi transizioni che rendevano graduale il passaggio  dalla sua musica a quella di Purcell, e viceversa, e soprattutto in ampi inserti musicali interamente nuovi, basati su temi di Purcell, resi però irriconoscibili da sovrapposizioni polifoniche inestricabili, elaborazioni elettroniche, improvvisazioni. Kalima ha fatto un lavoro serio su e intorno a Purcell e il risultato non era affatto disprezzabile in sé, ma l’effetto era di una colonna sonora che scorreva parallelamente a quel che avveniva in palcoscenico, senza un chiaro e necessario significato espressivo, drammatico, teatrale. Una frase di Marton è rivelatrice : “[Kalima] ha completato il lavoro di composizione e mi ha lasciato piena libertà di scegliere i momenti in cui inserire la sua musica”. Ma se una musica può essere inserita ad libitum in momenti diversi, non ha evidentemente una precisa funzione teatrale ed è piuttosto un generico sottofondo sonoro.

Thorbjörn Björnsson (Giove) e Erika Stucky (Interludi)

Una piccola ma godibile parte della musica era creazione di Erika Stucky, che ha cantato alcuni interludi musicali di grande effetto, con grande fantasia di improvvisatrice e voce straordinariamente flessibile, capace di fare di tutto e di più : generalmente è definita una cantante jazz ma ricordava piuttosto quella vocalista al di fuori e al di sopra di ogni definizione che fu Cathy Berberian.

Marie Goyette (Giunone) e Thorbjörn Björnsson (Giove)

L’autore della maggior parte delle aggiunte a Dido and Aeneas era… Virgilio, di cui gli attori Marie Goyette e Thorbjörn Björnsson leggevano ampi passi tradotti in francese e inglese, scelti tra quelli che il librettista di Purcell ha trascurato nella sua radicale riscrittura del quarto libro dell’Eneide, evidenziando così le differenze tra il poema classico e l’opera barocca. Per Virgilio Enea non era libero e le sue azioni erano dirette dagli dei dell’Olimpo, affinché egli, obbedendo al suo fato, raggiungesse l’Italia e dai suoi discendenti potesse nascere Roma ; per Purcell invece il motore dell’azione sono gli “affetti” del periodo barocco e a determinare le azioni di Didone ed Enea non sono il fato e gli dei ma le streghe shakespeariane, che rappresentano la parte oscura della psiche umana. Di Virgilio si ascoltava anche la narrazione del saccheggio e dell’incendio di Troia – versi bellissimi e terribili – che ci ricordavano come Enea e i suoi compagni fossero profughi di guerra, al pari di tanti disperati che oggi attraversano il Mediterraneo : come tali venivano in effetti rappresentati in una scena che è tra le poche di questo spettacolo a restare impresse nella memoria. Ma l’idea migliore Marton l’ha spesa nel prologo, quando i due attori in abiti da greci antichi scavavano con attrezzi da archeologo tra i ruderi, dissotterrando con estrema cura uno smartphone, un mouse e altri oggetti elettronici : il corso del tempo si è capovolto e sono gli antichi a ritrovare quel che resta della nostra civiltà.  Alla fine dello spettacolo i due antichi osservano quei reperti a loro incomprensibili e allora ci rendiamo conto della differenza : gli antichi ci hanno lasciato statue e architetture che ammiriamo ancora oggi, noi lasceremo ai posteri miseri pezzi di plastica, inutilizzabili e privi di senso. Non c’era molto altro di notevole in una regia che non manteneva le attese suscitate da Marton, che oltralpe si sta conquistando la fama di regista tra i più interessanti della nuova generazione.

Quanto alla musica di Dido and Aeneas, ne restavano solo i momenti fondamentali e i nove cantanti previsti dall’originale erano ridotti a tre (oltre al coro), che interpretavano Didone, Enea e Belinda e cantavano anche un breve terzetto, unico residuo degli interventi delle streghe di Purcell. I giovani Alix Le Saux (Didone) e Guillaume Andrieux (Enea) erano un po’ acerbi ma promettenti, mentre Claron McFadden ha fatto valere la sua maggiore maturità (e la sua padronanza della lingua inglese) per offrire una interpretazione più pienamente realizzata di Belinda. Pierre Bleuse dirigeva impeccabilmente l’orchestra e l’ottimo coro dell’Opéra de Lyon.

Così, con qualche minuto interessante e qualche quarto d’ora di cui non si comprendeva bene la reale necessità, Didon et Énée, remembered si dilungava per due ore, non disprezzabili ma certamente non entusiasmanti. Tuttavia questo spettacolo trasmetteva – non saprei dire se consapevolmente oppure no – un significato profondo e gravido di conseguenze : tra il mondo contemporaneo e il passato si sta scavando un fossato e gli antichi non sembrano avere più molto da dire ai moderni, distratti da altri interessi e valori. Forse Marton pensava proprio all’impossibilità di un incontro tra noi e il passato, quando ha dato un particolare risalto ai versi di Virgilio che narrano l’incontro di Enea con Anchise negli Inferi, allorché l’eroe troiano cerca di abbracciare il padre, ma invano, perché le sue braccia non stringono che aria : « Tre volte cercò di gettargli le braccia al collo, tre volte l’Ombra, invano abbracciata, gli sfuggì dalle mani simile ai venti leggeri o ad un alato sogno ».

Alix Le Saux (Didone) e Guillaume Andrieux (Enea)

 

 

Mauro Mariani
Mauro Mariani ha scritto per periodici musicali italiani, spagnoli, francesi e tedeschi. Collabora con testi e conferenze con importanti teatri e orchestre, come Opera di Roma, Accademia di Santa Cecilia, Maggio Musicale Fiorentino, Fenice di Venezia, Real di Madrid. Nel 1984 ha pubblicato un volume su Verdi. Fino al 2016 ha insegnato Storia della Musica, Estetica Musicale e Storia e Metodi della Critica Musicale presso il Conservatorio "Santa Cecilia" di Roma.

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