LA VEDOVA ALLEGRA

Operetta in tre atti
Libretto di Vittore Leon e Leone Stein
dalla commedia L'Attaché d'ambassade di Henri Meilhac

Musica di Franz Lehár

Direttore Andrea Sanguineti
Regia Vittorio Sgarbi

Personaggi principali e interpreti

Il barone Mirko Zeta - Armando Ariostini
Valencienne, sua moglie – Manuela Cucuccio
Il conte Danilo Danilovic – Fabio Armiliato
Hanna Glawari - Silvia Dalla Benetta
Camille de Rossillon -Emanuele D’Aguanno
Il visconte Cascada – Riccardo Palazzo
Raoul de St.Brioche – Alessandro Vargetto
Bogdanovic – Gian Luca Tumino
Sylviane – Valeria Fisichella 
Kromov – Salvo Fresta 
Olga – Paola Francesca Natale 
Pritschitsch – Antonio Cappetta 
Praskovia – Sabrina Messina
e con la partecipazione di Tuccio Musumeci nel ruolo di Njegus

ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO MASSIMO BELLINI
Maestro del coro Gea Garatti

Allestimento della Fondazione Pergolesi-Spontini di Jesi
con sovratitoli in italiano ed inglese

Teatro Massimo Bellini-Catania, 16 dicembre 2017

Una regia accurata a firma di Vittorio Sgarbi, neo-assessore alla Cultura della Regione siciliana, ambienta La vedova allegra di Franz Lehár alle Terme Berzieri di Salsomaggiore, per una messa in scena stilizzata e elegante nel segno del Liberty. Bella la parte musicale, con il pubblico del Teatro “Bellini di Catania” coinvolto ad applaudire a tempo nel momento topico del Cancan.

“Noi danziam sull’orlo d’un vulcan!”: a dare un senso più profondo e allusivo a queste parole ci pensò la storia, ben più di quanto non faccia il libretto della Vedova allegra di Franz Lehár. Nell’operetta il protagonista maschile Danilo Danilovic associa valzer e vulcani dopo che il suo sentimento ferito lo fa inveire contro Hanna Glawari, la vedova che lo turba, e che gli appare “troppo libero-scambista”; ma nel suo delirio di innamorato, nel pieno di una schermaglia con sé stesso prima che con l'amata, Danilo pronuncia altre parole – “equilibrio europeo”, “guerra” – che col senno di poi diventano vaticini pesanti come lapidi. A Vittorio Sgarbi, regista della produzione andata in scena al Teatro di Catania, la dimensione del futuro, rispetto a una creazione che precede di pochi anni la Grande Guerra, sembra tuttavia interessare ben poco : Sgarbi regola il suo approccio al lavoro musicato da Franz Lehár in senso sincronico, e vede nell'operetta la fissazione di un momento la cui cifra a livello artistico si può riassumere nello stile liberty, a livello ideologico nella fine consapevole della Belle époque. Su queste premesse, Sgarbi rende credibile – oltre che ancora viva e divertente – La vedova allegra alludendo discretamente a una dimensione onirica : dove il sogno, prima di essere materia eletta nel senso di Freud, è ancora sogno ad occhi aperti di personaggi che vogliono abbandonarsi a un sensuale oblio.

L'impianto scenico, con proiezione sullo sfondo di immagini fra cui dominano gli sfarzosi interni delle Terme Berzieri di Salsomaggiore, si completa con specchi che fanno da quinte laterali (che forse qui sarebbero stati preferibili con una cornice anch’essa in stile art nouveau). L’impostazione funziona : non perché nel 1905 ci fosse solo il liberty, ma perché quello stile è sia accogliente rispetto alle istanze estetiche precedenti, sia connotato – dal punto di vista odierno – come arte senza tempo, elegante sigla metastorica di evasione, distacco e disimpegno. E questi caratteri, in termini letterari e musicali, sono rintracciabili anche nella Vedova allegra. La produzione di Catania, accanto alla regia di Sgarbi, propone la brillante direzione d’orchestra di Andrea Sanguineti, che restituisce lo slancio elegante degli andamenti di valzer e la vaporosa adesione sentimentale della musica. I tempi tendono a volte un po’ a dilatarsi quando Sanguineti accompagna i protagonisti, non sempre del tutto a segno nel cogliere il carattere dell’opera. Della vocalità di Silvia Dalla Benetta (nel ruolo di Hanna) non si può che dire bene, ma in diversi momenti – su tutti nell’aria della Vilja – Dalla Benetta rincorre un’intensità che non sembra appartenere a questa musica. A confronto Fabio Armiliato appare meno smagliante quanto al timbro, ma le sue intenzioni espressive – sia musicali che nelle parti recitate – delineano un Danilo più che convincente. Manuela Cucuccio è una vivace Valencienne, Emanuele D’Aguanno un appassionato Rossillon, mentre Armando Ariostini (barone Mirko Zeta) si fa perdonare per la sua classe qualche défaillance vocale. Buona la prova del coro – diretto da Gea Garatti Ansini – e del corpo di ballo del teatro. Nel successo di tutti, spicca il più che festeggiato Tuccio Musumeci : certo, gioca in casa (l'attore è una colonna storica del teatro di prosa a Catania), ma è veramente irresistibile nel ruolo di Njegus.

Sara Zurletti
Sara Zurletti si è diplomata in violino e laureata a Roma in Lettere con tesi in Estetica. Ha poi conseguito un dottorato di ricerca all'Università Paris 8. Ha insegnato nella stessa università "Teoria dell'interpretazione musicale" e poi, dal 2004 al 2010, Estetica musicale all'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli e Pedagogia musicale all'Università di Salerno. Ha pubblicato "Il concetto di materiale musicale in Th. W. Adorno" (Il Mulino, 2006), "Le dodici note del diavolo. Ideologia, struttura e musica nel Doctor Faustus di Th. Mann" (Biblipolis 2011), "Amore luminoso, ridente morte. Il mito di Tristano nella Morte a Venezia di Th. Mann" (Castelvecchi), e il libro-intervista "Ars Nova. ventuno compositori italiani di oggi raccontano la musica" (Castelvecchi 2017). Attualmente insegna Storia della musica al Conservatorio "F. Cilea" di Reggio Calabria.

Autres articles

LAISSER UN COMMENTAIRE

S'il vous plaît entrez votre commentaire !
S'il vous plaît entrez votre nom ici