Luogo : Palazzo Ducale – Martina Franca
Autore : Giacomo Meyerbeer

Melodramma semiserio in due atti di Felice Romani
Edizione critica di Paolo A. Rossini e Peter Kaiser – Editore Ricordi, Milano
Prima rappresentazione assoluta in forma scenica in tempi moderni

Margherita GIULIA DE BLASIS
Edoardo (figlio di Margherita) ARCANGELO CARBOTTI
Duca di Lavarenne ANTON ROSITSKIY
Isaura GAIA PETRONE
Riccardo, Duca di Glocester BASTIAN THOMAS KOHL
Carlo Belmonte LAURENCE MEIKLE
Michele Gamautte MARCO FILIPPO ROMANO
Gertrude ELENA TERESHCHENKO*
Bellapunta LORENZO IZZO
Orner DIELLI HOXHA*
Un Uffiziale MASSIMILIANO GUERRIERI*

Fattoria Vittadini
Mattia Agatiello, Vittorio Ancona, Erica Meucci, Sebastiano Geronimo, Giacomo Goina, Francesca Siracusa, Libero Stelluti, Loredana Tarnovschi, Cecilia Tragni

Figuranti
Edoardo Adamuccio, Alessandro Casati, Yuri Mari, Vittorio Ancona, Roberta Carbotti, Roberta Loparco, Francesca Topo, Asia Salamone, Caterina Castellana

Coreografie Riccardo Olivier

Maestro concertatore e direttore d’orchestra FABIO LUISI
Regia ALESSANDRO TALEVI

Scene e costumi MADELEINE BOYD
Lighting designer GIUSEPPE CALABRÒ

Coro del Teatro Municipale di Piacenza
Maestro del coro Corrado Casati

Orchestra Internazionale d’Italia

Maestro di sala e al fortepiano Carmen Santoro
Maestro collaboratore Anastasia Gromoglasova
Maestri di palcoscenico Quintiliano Palmisano, Stefania Paparella
Maestro alle luci Valeria Zaurino
Assistente del direttore d'orchestra Vincenzo Milletarì
Asssistente alla regia Piero Mastronardi
Assistente alle scene e ai costumi Anna Bonomelli

Scenografia Laboratorio scenotecnico Chiediscena di Iezzi Filippo
Costumi Atelier Brancato Srl
Calzature CTC Srl

Nuovo allestimento del Festival della Valle d’Itria

*Accademia del Belcanto "Rodolfo Celletti"

MArtina Franca, festival della Valle d'Itria, 29 luglio 2017

Due i motivi di richiamo. La proposta del titolo in sé, un’autentica rarità, e il progetto scenico. In prima ripresa moderna, il 43° Festival della Valle d’Itria ha presentato Margherita d’Anjou, opera semiseria di Jakob Meyerbeer (1792–1864), nella recente edizione critica di Paolo Rossini per Ricordi. E l’apparato visivo dello spettacolo si deve alla regia di Alessandro Talevi, con scene e costumi di Madeleine Boyd, disegno luci di Giuseppe Calabrò, coreografia di Riccardo Olivier. Margherita d’Anjou  – su libretto di Felice Romani tratto dall’omonimo testo del drammaturgo francese Pixérécourt –  è la quarta delle opere italiane di Meyerbeer, che dal 1816 soggiornò a lungo nel nostro Paese. Qui il compositore berlinese conobbe una fama crescente che poi, nel 1831, lo porterà a stabilirsi a Parigi, coronando la sua storica fortuna in tandem con il librettista Eugène Scribe.

Margherita d’Anjou debuttò alla Scala nel novembre 1820, e conobbe notevole successo anche a livello internazionale, come testimoniano una quantità di riprese nel ventennio successivo, con adattamenti in lingua francese e tedesca. La vicenda è collocata nella cornice storica della Guerra delle Due Rose (1455–1485), che in Inghilterra contrappose le famiglie dei Lancaster e degli York, entrambe pretendenti al trono. In tale conflitto, Margherita d’Angiò è una delle figure principali, essendo la regina consorte di Enrico VI, re d’Inghilterra a fasi alterne in quegli anni. Il libretto di Felice Romani introduce qualche modifica nella biografia di Margherita, fermi restando gli ingredienti fondanti, e cioè contese di potere, sentimenti, amor materno.

Quanto a scrittura musicale, i due atti dell’opera appaiono alquanto diversi. Il primo atto è contrassegnato dall’ambientazione militare, con interventi di bande e di corni dietro le quinte, in un’atmosfera a volte fiera ed emotiva. Il secondo atto vede dispiegarsi la mozione dei sentimenti, culminando nel ritrovato amore coniugale di Isaura e Lavarenne. Ben rifinita sul piano formale, la partitura esibisce un’orchestrazione colorita e sapiente, e offre una successione di arie ben scritte che sovente presentano passi virtuosistici, talvolta impervi. Momenti marziali, colorature vocali, vivacità melodica nell’insieme denotano, in questo Meyerbeer giovane, decisi influssi rossiniani. Il che non meraviglia, considerati lo spazio e l’egemonia che Rossini aveva ormai affermato in quegli anni, nel mondo operistico.

Alle prese con l’esplorazione di una partitura così ben articolata, la direzione d’orchestra di Fabio Luisi ne ha lumeggiato attentamente i dettagli, valorizzando le diffuse finezze e il genio melodrammatico di Meyerbeer. Pur non sembrando perfettamente concentrato  – più d’una volta l’appiombo tra buca e palcoscenico non era impeccabile –  con la sua intelligenza musicale Luisi ha dispiegato con sicura consapevolezza i pregi espressivi e coloristici, ma anche drammaturgici, della partitura. E ha retto con duttile energia le redini di uno spettacolo assai impegnativo, grazie anche al buon rendimento dell’Orchestra Internazionale d’Italia e del Coro del Teatro Municipale di Piacenza, quest’ultimo preparato da Corrado Casati.

Di alto profilo, nei ruoli principali, la compagnia di canto. Nel ruolo del titolo, il soprano Giulia de Blasi ha conferito una positiva dimensione scenica e vocale al suo personaggio, esibendo bel colore ed emissione appropriata, con margini di possibile miglioramento nella messa a fuoco delle colorature. Molto bene il mezzosoprano Gaia Petrone, che ha reso la figura di Isaura su una linea ammirevole per gusto ed eleganza stilistica, capace di morbidezza espressiva come di sicurezza nei passi virtuosistici. Il tenore russo Anton Rositskij ha risolto egregiamente il Duca di Lavarenne, una parte di impegno davvero arduo per lo spessore del personaggio e della sua vocalità, spinta talvolta a sovracuti stratosferici, quasi sempre dignitosamente assolti. Perfetto poi il basso Marco Filippo Romano nel singolare ruolo del buffo Michele Gamautte, interpretato con una capacità scenica, con accenti in ogni momento adeguati, con una tavolozza di risorse vocali da imporlo a unanimi acclamazioni. Su un gradino inferiore gli altri due bassi, Bastian Thomas Kohl come Duca di Glocester, e Laurence Meikle come Carlo Belmonte.

Fattore caratterizzante dell’allestimento è stata la regia ideata da Alessandro Talevi. Asserendo che l’opera semiseria è di difficile comprensione per il pubblico odierno, Talevi ha ambientato la vicenda nella cornice del London Fashion Week. Molto belli i costumi, ovvio. Una reinterpretazione radicale del libretto, che ha trasformato i personaggi in figure impegnate, ognuno con la sua mansione, nel mondo della moda. Di conseguenza, un profluvio di controscene a fiancheggiare gli sviluppi del dramma. E qui, a fare da contorno, bravissimi gli elementi della Fattoria Vittadini. Diciamo subito che il progetto ha il merito di essere audace, e anche divertente. Però non sempre funziona. Nel radicale stravolgimento, tanto per cominciare sono andati a farsi benedire certi spunti militareschi, anche musicali, del primo atto ; e anche il movimento di Isaura e di Lavarenne, ad esempio, è apparso talvolta disallineato dalla situazione musicale. In conclusione, non va bollato il coraggio della proposta di Talevi. Però va assolutamente respinto l’horror vacui, l’assillo continuo, esagerato di esibire trovate e invenzioni. Molti e prolungati applausi alla fine, ma anche tenaci e sonori dissensi indirizzati al regista e al suo staff.

 

Francesco Arturo Saponaro
Francesco Arturo Saponaro ha esercitato a lungo l’attività di docente in Storia della musica, e di direttore in Conservatorio. Da sempre mantiene un’attenta presenza nel campo del giornalismo musicale. Scrive su Amadeus, su Classic Voice, sui giornali on line Wanderer Site e Succede Oggi. Ha scritto anche per altre testate : Il Giornale della Musica, Liberal, Reporter, Syrinx, I Fiati. Ha collaborato per molti anni con la RAI per le tre reti radiofoniche, conducendo innumerevoli programmi musicali, nonché in televisione per RaiUno e TG1 in rubriche musicali.

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